Comune di Motta Camastra
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Recensione


L'ultimo abito indossato dall'antica dama che sonnecchia sull'alto sperone di roccia arenaria nell'estremo lembo del Messinese, quasi al confine con la provincia di Catania, è di certo medioevale.

Qualche screanzato, tra gli storici, per averne conferma andò a sfregare la campana più grande della chiesa dell'Annunziata per scoprire, incisa sul bronzo, la data di fusione: 1161.
Altri studiosi ci ricordano come, nel corso dei secoli, fu chiamata con nomi diversi: Motua Kamastart, il rifugio di Astarte, la grande madre, sposa di Adone, simbolo di fertilità cui i fenici dedicavano i miracolosi luoghi, come Erice o Motta, in cui l'acqua sgorgava in cima a un monte. Ma anche Casales Crimastre, Crimastra, Crimasta, Camastre, Rupes Camastris, Mocta Sancti Michaeli, Motta Camastrensis, Motta Camastratis, Motta Camastri, Motta Camastrae, Motta Camastra.

Eccola lì, austera e risplendente in quest'autunno dorato, a picco sulla vallata dell'Alcantara, a fissare le magnifiche vedute con quel pizzico di sufficienza che età e condizione nobiliare le consentono. Due strade, per raggiungerla, entrambe tortuose (i deboli di stomaco sono avvisati) ma all'arrivo il premio è assicurato: salendo pel braccio della strada comunale si svolge sempre più bello ad ogni svolta di esso il panorama incantevole dei variati dintorni, finchè si giunge, quasi all'improvviso, di fronte al paese. Lo scriveva Carmelo Grassi, storico locale, nei primi del Novecento. Ma sono pronto a confermare.
Se Motta Camastra si fosse trovata in Toscana, il corso Umberto, al tramonto sarebbe percorso da contadinotti attempati dalle camice a scacchi con in tasca le chiavi di un'auto di lusso e intenti a parlare tra loro a bassa voce dell'andamento della Borsa mentre le loro mogli, sobriamente ingioiellate, fanno lo shopping in piccoli negozi molto molto costosi. Disgraziatamente, i poeti inglesi amanti delle antiche mura e degli orridi naturali non si spinsero fino a queste latitudini, altrimenti la storia di Motta, di quelle Gole dell'Alcantara che nel suo territorio ricadono, e dell'intera valle, sarebbe stata decisamente diversa. Invece oggi i mottesi (è anche un cognome, abbastanza diffuso, Mottese) sono più altrove che non distribuiti tra Motta centro e le frazioni di Fondaco e San Cataldo: appena 880 persone. Ma nella vita, si sa, è tutta questione di fortuna. Nel maggio del 1782, sei anni prima che, a Londra, nascesse quel lord George Gordon Byron che avrebbe fatto la fortuna turistica della Tuscany, Motta Camastra, abitanti compresi, veniva miseramente venduta all'asta per 26.409 onze per via dei debiti del principe di Scordia Ercole Branciforte. "Ma allora perché vorresti condurci in visita a questo luogo disgraziato?" direte voi, adesso. Beh, perché è affascinante, un posto da favola. E se ne accorgono subito i bambini, che qui, oltre a diventare ipercinetici, scatenano la propria fantasia, eccitata da un ambiente indubitabilmente stimolante. Un posto popolato di esseri misteriosi, come le quarantane, brutte vecchiacce che escono al calar del sole, pallide in volto e coperte solo da lenzuola, mutandosi il dònnola per entrare nelle case dai jattulàri. E cibarsi di succulenti, teneri neonati. Ma molti sono strije e mavari della Motta, anche se Grassi, cento e più anni fa, scriveva: "Sono da Motta scomparse, se non m'inganno, le feroci rappresentanti della φαρµακεíα (farmakeia), delle quali peraltro ancor qualcuna ne sopravvive in qualche paese della Valle dell'Alcantara. A dir vero in Motta è sospetta di esercitare tal forma di divinazione una donna di facili costumi, ma non credo che possa rappresentare degnamente le compagne della Grecia antica. Si esercita la φαρµακεíα, che il popolino chiama anche in Motta mavarìa..., coll'aiuto di certe composizioni preparate con erbe e minerali, detti appunto dai Greci φàρµακα, e che producono degli effetti quasi sempre deleteri alla salute, ciò che per la megera che prepara quegl'intrugli è il segno evidente del trionfo della sua arte magica. La miscela preparata da una strega si crede che possa produrre l'accecamento, la pazzia, l'amore, l'odio contro la persona amata, il ritorno all'amore della donna trascurata o abbandonata, etc. Streghe e maghi, secondo la credenza popolare, si riunivano sotto gli alberi di noce, nella zona talmente abbondanti da esser celebrati, in autunno, con una sagra. I nobili, invece, preferivano il cosiddetto Castello, un palazzo ferrato, ricorda Grassi, superbo di ricchezze, di fasto, di conviti, di feste sorto probabilmente nel Trecento e i cui resti – una porta ad arco a tutto sesto e i resti di una torre – sono ancor oggi visibili. Il Castello era dotato di una terrazza merlata su cui stava una sentinella che annunciava con il suono di una campana o di un corno da caccia o l'alba o l'avvicinarsi di eventuali nemici, da accogliere con colubrine, alabarde, lance, mazze di ferro e balestre custodite, con le relative armature, nello stanzone al pian terreno, che fungeva anche da magazzino, cantina, granaio e cucina. Ma un'autentica fortezza – com'era di prammatica in periodo normanno - era anche la Chiesa dell'Annunziata, di recente restaurata e un tempo dotata di un robusto campanile - sacrificato, nel 1900, per allargare la strada – che aveva accanto una terrazza merlata "capace di accogliere parecchi combattenti" in caso di battaglia, ma anche di essere "d'inviolabile asilo ai delinquente o al forestiero che vi si ricoverasse, il quale diveniva pertanto intangibile". Oggi l'Annunziata mostra con orgoglio il bell'arco ogivale che introduce al presbiterio, la pregevole tela della Madonna del Carmelo opera tardosettecentesca del pittore Vincenzo Avola e le espressive statue lignee di San Calogero e Sant'Antonio Abate. In marmo, e cinquecentesche, sono invece due statue della Madonna custodite nella seicentesca Chiesa Madre di San Michele Arcangelo. Entrambe, per la loro bellezza e le notizie storiche, sono attribuite alla famiglia gagini. E una di esse, quella della Madonna di Montalto, mette in mostra un pregevolissimo manto dai filamenti d'oro. Forse per questa caratteristica la processione della Madonna 'a Motta – che indossa per l'occasione gli ori donati dai mottesi come ex voto - viene da tutti considerato l'appuntamento principale dell'anno, evento attesissimo cui partecipano non solo i paesani, residenti ed emigrati, ma anche gran parte della popolazione della valle. E i mottesi, in quest'occasione, amano rievocare la leggenda secondo cui Vincenzo Gagini prima scolpì tre statue della Madonna: di Montalto, della Catena e dell'Udienza. Poi le mise su tre carri tirati da buoi e senza conducente. La Vergine della Catena si fermò a Castiglione di Sicilia, quella dell'Udienza a Roccella Valdemone e quella di Montalto, la più bella, a Motta Camastra, nella chiesa del convento dei Carmelitani, da cui venne poi trasferita nella Matrice. Che possiede però anche un altro gioiello: un magnifico coro ligneo settecentesco con scolpiti i dodici apostoli opera dell'artista locale Sebastiano Grasso. Altri monumenti della città possono essere considerati due antichi frantoi, affascinante testimonianza della civiltà contadina. Uno, di proprietà della famiglia Oliveri-Lo Giudice, si trova lungo il corso Umberto. Ma un trappitu in pietra lavica, ancora in perfetta efficienza, di proprietà della famiglia Varrica si trova anche lungo la via Roma. E i cittadini di Motta ne sono orgogliosi perché, spiegano, l'olio e le noci di queste plaghe sono inimitabili. Fin qui quel che avreste potuto trovare anche in altri paesi siciliani. Il "valore aggiunto", se così possiamo dire, del Rifugio di Astarte, è il fatto che questo paese è un autentico nido d'aquile: salite per gli stretti catoj, i tunnel oscuri, i carrugi che portano alla parte alta del paese, tra scale infinite che sembrano condurre al cielo, sfiorando case e fontane d'acqua gelida. I panorami di qui sono stordenti, affascinanti, indimenticabili. Celata da cento di quelle che Bufalino avrebbe chiamato giravolte inutili, si presenterà a voi piazza Roccamare. E vi mancherà il fiato, vi commuoverete, tornerete bambini. Scorderete – come è avvenuto a me – di soffrire vertiginosamente di vertigini e spalancherete le braccia come fossero ali, sperando che nessuno noti il vostro sorriso inebetito.


Ottobre 2010 - Giuseppe Lazzaro Danzuso

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